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Il nostro ferragosto.

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Tutto è cominciato da un “a ferragosto lavoro” e “già ho in mente tante foto da farti”. Beh certo, perché il povero Daniele conosce perfettamente la mia ossessione per Instagram, ma anche in generale quanto mi piace farmi fotografare e lui riesce sempre a cogliere […]

10 cose che, probabilmente, non sapete di Londra.

10 cose che, probabilmente, non sapete di Londra.

Dopo tantissimo tempo sono tornata. Purtroppo ho proprio perso l’ispirazione perché di Londra ne parlano tutti ed in realtà mi sarebbe piaciuto continuare a fare video su youtube, ma ho problemi ad editare i video e non so perché. Oggi proverò a dirvi cose che […]

Wanderlust e altre chiacchiere

Wanderlust e altre chiacchiere

Quali sono le sensazioni che provate quando decidete di fare un viaggio e finalmente è tutto pianificato al 100%? Cosa sentite nel momento in cui l’aereo si alza in volo? Cosa vi spinge a viaggiare? Per voi cosa rappresenta davvero un viaggio? C’è differenza, secondo voi, tra viaggio e vacanza?

Oggi ho pensato di scrivere un articolo un po’ diverso e più intimo, proprio come se il mio blog fosse il mio diario e come se voi foste una famiglia allargata. Io credo di essere ufficialmente affetta dalla wanderlust. In psicologia, questa parola può riflettere un’intensa urgenza di sviluppo personale che si realizza esplorando l’ignoto, confrontandosi con sfide impreviste, cercando di conoscere nuove culture, modi di vivere e comportamenti. Inoltre questa necessità può essere guidata dal desiderio di fuggire dalla routine quotidiana e dai problemi che ci affliggono.
L’idea di creare questo blog mi è venuta dopo una serie di escursioni nella mia meravigliosa regione, l’Abruzzo. Infatti il mio progetto era proprio quello di parlare dei suoi luoghi incantati e sconosciuti e cercare di valorizzarla all’estero, ma soprattutto in Italia dato che ritengo che non sia abbastanza conosciuta. La mia idea iniziale era quella di affiancarci anche un canale YouTube, ma per ora ancora non riesco a creare la tipologia di video che voglio.

   
Purtroppo o per fortuna, però, il 2017 è stato uno degli anni più belli e ricchi di esperienze della mia vita, tutte fuori dall’Abruzzo. Credo di aver recuperato tutti i viaggi non fatti a causa dell’università: ho visitato Milano, Bali, Firenze, la Spagna, il Portogallo (nel 2018), mi sono laureata e ho vissuto all’estero.    

 

Come saprete, il mio primo viaggio dell’anno è stato a Bali e successivamente ho vissuto per cinque mesi in Spagna, dove ho visitato moltissime città. Le emozioni che ho provato a Bali sono state le più belle della mia vita, la Spagna, infatti, è un paese molto simile al nostro per cultura e modi di fare e, devo ammettere, che la famiglia con cui ho vissuto mi ha trattata davvero come una figlia e una sorella, una vera parte della famiglia. Ho visto paesaggi bellissimi e città stupende, non mi scorderò mai, infatti, delle sensazioni provate nel vedere l’oceano Atlantico che abbraccia Vigo e di come mi sono sentita in pace col mondo sulle Isole Cíes, dell’emozione provata di fronte a Casa Battlò e alla Sagrada Familia e della giornata bellissima passata a Madrid. La regione della Spagna, dove ho vissuto, mi era sconosciuta, ne avevo sentito parlare davvero poco. Ci sono, infatti, città come Madrid, Barcellona, Bilbao ecc. famose in tutto il mondo ma, per esempio, io non avevo mai sentito parlare di Vigo, Orense o Pontevedra, eppure mi sono dovuta ricredere. La Galizia l’ho paragonata un po’ all’Abruzzo, sconosciute all’estero, ma con tantissimo da offrire. Sono stati cinque mesi bellissimi ricchi di esperienze e di immagini che mi hanno riempito gli occhi di meraviglia.

Le sensazioni provate a Bali, però, credo che non verranno mai superate. Il continente asiatico mi ha sempre affascinata per quanto riguarda le tradizioni e la cultura totalmente opposta alla nostra. Infatti sulla mia lista ci sono la Cina, il Giappone, la Cambogia, la Tahilandia, la Corea del Sud, ma non avevo mai considerato l’Indonesia. Non so il reale motivo, ma non mi ero mai informata sulla sua cultura o su come vivessero gli indonesiani, né tanto meno sui suoi paesaggi e sulle caratteristiche delle isole che la compongono. Mi sembrava un paese più dedicato al turismo che altro. Finché un bel giorno mio zio, da cui credo di aver preso il gene dell’avventura, mi ha proposto di passare dieci giorni lì con lui e la famiglia di mia zia. Ho cominciato ad informarmi sulle cose da vedere, sui posti dove andare e su come sono le persone, ma mai nessuno mi aveva detto che mi sarei innamorata della gente più che dell’isola (per nulla togliere a quella meraviglia). Penso che nessun posto mi sia mai rimasto dentro come questo, credo che quei dieci giorni mi abbiano cambiata nel profondo, mi abbiano aperto la mente e insegnato che la felicità si può ottenere davvero con poco.
In Italia, o comunque nel mondo occidentale, non ci rendiamo mai conto di quanto abbiamo, non ci accontentiamo mai di quello che riusciamo ad ottenere, vogliamo sempre di più, giorno dopo giorno. Ci lamentiamo di cose inutili, pensiamo sempre e solo al nostro “orticello” e non guardiamo mai più in là del nostro naso, siamo sempre attaccati alle cose materiali anche se non ce ne rendiamo conto. Io per prima sono così. Io per prima, a volte, ho dei giorni no in cui mi sveglio con il piede storto e penso che vada tutto male. Io per prima mi lamentavo e mi lamento dell’università, ma poi arrivata a Bali (e qui sto per scoppiare in lacrime) è cambiato tutto. La mia visione del mondo si è ribaltata, ho visto come vive davvero la gente e la felicità sui loro volti.
A Bali vedi come ogni mattina i Balinesi escono per andare nei templi, che sono sparsi un po’ ovunque, come  si impegnano nel creare piccoli cestini di offerte ricchi di fiori e piccoli snack, che poi depositano di fronte agli ingressi delle proprie case o dei propri negozietti per rendere omaggio agli dei, come sono sempre gentili e rilassati, ma la cosa che non dimenticherò mai è la loro espressione quando vedono i turisti, la loro immensa gioia nel vedere che gli occidentali sono venuti a visitare la loro isola. Questa gioia si vede soprattutto nell’entroterra, nella parte meno turistica e soprattutto quando i turisti ricambiano gli sguardi, i sorrisi e i saluti i Balinesi sono le persone più felici del mondo. Sono sempre pronti ad aiutarti, in qualunque situazione.
C’è stato un giorno in cui io e mio zio eravamo in motorino e abbiamo bucato una gomma: ci trovavamo su una strada lunghissima, enorme, buia e poco trafficata, non c’era nessuno e non avevamo idea di come risolvere la situazione finché dal nulla non è sbucato un ragazzo per chiederci cos’era successo. Gli spieghiamo l’accaduto e lui chiama immediatamente un “amico meccanico”, erano le dieci di sera, era tutto chiuso e non c’era anima viva in giro, ma questo ragazzo era con noi, lui ci voleva aiutare a qualunque costo. Alla fine arriva il meccanico, un signore sulla settantina, con un vecchio motorino che trasportava tutti gli attrezzi necessari, ci ha riparato la gomma e non ci ha chiesto un centesimo. Mio zio ha insistito con entrambi affinché accettassero qualcosa e finalemente si sono decisi a chiedere cinque euro a testa. Cinque euro per essere stati con noi più di un’ora in mezzo ad una strada buia a lavorare per farci tornare a casa. In quel momento mi è venuta una voglia immensa di abbracciarli. Non sapevo cosa dire, mi facevano un’immensa tenerezza.
Io molto spesso dimentico i dettagli dei viaggi, le cose piccole e magari insignificanti, infatti cerco di fotografare il più possibile per ripercorrere i viaggi fatti, ma con Bali non ancora dimentico nulla, ogni dettaglio è impresso nella mente, ogni volta che vedo foto di Bali in rete le riconosco ancor prima di aprirle. Bali ti apre proprio il cuore e ti entra nell’anima.
Dopo questo che, credo, sia l’articolo più lungo che abbia scritto rispondo alle domande che vi ho posto e alle quali mi farebbe piacere che rispondeste anche voi.

  • Quali sono le sensazioni che provate quando decidete di fare un viaggio e finalmente è tutto pianificato al 100%? Emozione, ansia, agitazione e tanti pensieri, tante domande, mi chiedo sempre se ce la farò a vedere tutto ciò che mi sono prefissata. E sì, alla fine ce la faccio sempre.
  • Cosa sentite nel momento in cui l’aereo si alza in volo?
    A molti la sensazione di volare non piace. A me invece fa impazzire! Infatti credo che volare sia la cosa più bella che un uomo possa fare, dopo nuotare ovviamente. Per me nuotare resta la sensazione più bella, perché sembra un po’ di volare, di non avere una dimensione e di avere completa libertà sul tuo corpo. Per me volare è questo, mi da delle emozioni molto simili al nuoto.
  • Cosa vi spinge a viaggiare?
    L’esatto concetto di “wanderlust”. Il mettermi in gioco, mettermi alla prova costantemente, confrontarmi con nuove culture, apprendere da esse. Imparare nuove ricette, nuovi sapori, nuove emozioni.
  • Per voi cosa rappresenta davvero un viaggio?
    Il viaggio per me è voglia di crescita personale, non considero mai il viaggio come vacanza.
  • C’è differenza, secondo voi, tra viaggio e vacanza?
    Sì, lo accenno nella risposta precedente. Sì, per me c’è differenza. Nel modo di vivere il luogo dove ci si trova, nell’immergersi completamente nella cultura del peaese. Per me la vacanza è come se fosse considerata una cosa superficiale. Io dico sempre che ho fatto un viaggio, anche se è vicino, anche se rimango in Italia, per me è un viaggio non una vacanza.

Volevo spiegarvi il perché di questo articolo abbastanza diverso dagli altri. Ho deciso di partecipare ad un concorso indetto da Momondo aperto a tutti i travel blogger o  a coloro che ispirano gli altri a viaggiare. Ho deciso di partecipare perché aiutare le persone a migliorarsi, a invogliarle viaggiare e a fare nuove esperienze è una delle cose che più mi piace fare. Io considero un viaggio anche semplicemente esplorare la propria regione, le proprie origini e il proprio territorio. Spero sempre di potervi essere utile fornendovi le informazioni necessarie per affrontare un viaggio e perché no, per affrontare le esperienze che sto facendo io.
Ora, per esempio, ho in ballo un paio di progetti nuovi di cui vi parlerò appena saprò qualcosa di più certo. Spero di non essere stata noiosa e ripetitiva e di ricevere tante risposte alle domande che vi ho posto.

 

 

 

             

  

 

Barcelona gran amor

Barcelona gran amor

Finalmente sono pronta per scrivere del bellissimo viaggio fatto a Barcellona…e chissà che prima o poi non riprenderò a parlare anche del mio caro Abruzzo, (ragione, al 90% per cui è nato questo blog). So che dovrei essere più presente, anche su instagram, ma ho […]

Oporto in poco più di 48 ore.

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È un mese che cerco di scrivere un articolo decente su Oporto, per parlarvi dei costi e della città come mi avete chiesto rispondendo alle storie sul mio profilo ig. Oporto è sempre stata una città che avrei voluto visitate perché tutti mi hanno sempre […]

Top 9 of 2017

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Buongiorno, finalmente eccomi qui a parlarvi dei miei preferiti del 2017. Sin da quando ero piccola ho sempre detto che il 17 era il mio numero fortunato e non me ne sono mai resa conto tanto come ora. Quest’anno è stato davvero memorabile per me. […]

Giulia Innamorati Travel blog nominato per il liebster award 2017.

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Un mesetto fa vi avevo detto che sono stata nominata per il mio primo premio per il blog. Tecnicamente  avrei dovuto fare questo articolo una settimana dopo… in pratica no, non ho avuto neanche un attimo per scriverlo tra tesi e viaggi. Vorrei ringraziare Lara, […]

Samaín

Samaín

Perdonate il ritardo con cui è uscito questo articolo, ma volevo spiegarvi bene le tradizioni e le credenze popolari che possiamo trovare in Galizia riguardo questa festa. Mi sono informata il più possibile e ho cercato di riassumere, più o meno le credenze, che girano intorno a questa festività.
Innanzi tutto dobbiamo premettere che la Galizia è una regione spagnola di origne celtica, questa è la ragione per cui ci sono moltissimi riferimenti alla tradizione e ai nomi celtici lungo le strade delle città.
Ora possiamo cominciare a parlare del giorno del 31 ottobre. Come ben sappiamo il giorno in cui si celebrano i morti precede il giorno di tutti i santi. Questa tradizione è nata migliaia di anni fa, agli inizi del XI secolo. In quell’epoca l’ordine Cluniacense si trovava in un periodo di piena espansione e uno degli abati più influenti, Odilon, decise di instituire una giornata dedicata esclusivamente ad onorare i defunti: il giorno due novembre. All’inzio questa festività era solo per i monaci defunti di Cluny, ma in seguito la chiesa ha esteso questo rito e lo ha esteso a tutti i defunti della comuntà cristiana universale.
Pochissime persone immaginano, però, che la giornata dei defunti ha, in realtà, radici se così si può dire, oscure: in Galizia e, in generale, in molte regioni della Spagna si fanno addirittura risalire agli anni precedenti la nascita del cristianesimo.
Molti studiosi, infatti, sono d’accordo nell’identificare il Samaín come festività che diede origine alla maggior parte delle tradizioni associate ai morti, come quella cristiana o, ad esempio, il classico Halloween, famoso per i costumi e per la tradizione di intagliare le zucche.
La profonda religiosità dei popoli galiziani ha dato sempre molta importanza alla comunione con i propri defunti. Infatti, fino a non molto tempo fa, si pensava che i defunti visitassero, durante queste date, le chiese e gli eremi dove si celebravano le messe in onore delle loro anime, mentre nelle case la tradizione voleva che si preparasse del cibo per coloro che erano ancora in vita e che si passasse il giorno in famiglia, sempre però, onorando la memoria dei defunti.
Le anime, secondo la tradizione, per un giorno tornavano alla loro antica dimora per scaldarsi, insieme ai parenti rimasti in vita, vicino al camino e per mangiare in compagnia dei loro famigliari vivi, allontanando, in questo modo, la tristezza dei cimiteri.
Un cimitero galiziano, infatti, si troverà sempre vicino ad un paese, poichè è abitudine dei vivi frequentarli spesso per ricordare gli antenati. Secondo la mentalità di queste zone si poteva mancare a una comunione, a un battesimo o a un matrimonio ma, in generale, tutta la Galizia, non alla messa del giorno dei morti o a quella di fine anno. Era una giornata dedicata generalmente alle visite al cimitero e nella quale i quattro pasti giornalieri, o il tradizionale consumo di castagne arrosto, si consumavano sempre in compagnia dei vicini, degli amici e dei familiari.
Questa profonda sensibilità verso il mondo dei defunti è una caratteristica fondamentale celtica in Galizia equesto ha portato alla nascita del Samaín, una festa drudica che si fa risalire a tempi molto antecedenti al cristianesimo e alla cultura imposta dai popoli civililzzati.
Il Samaín (che significa novembre o “fine dell’estate”) si celebra in tutto il territorio celtico da migliaia di anni, nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre, che segna termine del raccolto e arrivo dell’inverno. I druidi, sacerdoti pagani dei celti, consideravano questa data come un momento perfetto per prostrarsi agli antenati che visitavano i loro antichi villaggi e ad essi dedicavano riti per ottenere la loro intercessione. L’origine dell’Halloween come lo conosciamo oggi inzia nel XIX secolo quando la tradizione del Samaín venne esportata negli Stati Uniti da paesi come Scozia e Irlanda. Grazie alla popolazione che emigrò in massa nel Nord America a causa dele carestie che danneggiarono l’Europa durante la metà del secolo.
Durante la notte del 31 di ottobre i druidi si spostavano fino ai boschi più lontani e raccoglievano bacche di vischio, una pianta parassita che cresce sui rami degli alberi. Per farlo utilizzavano delle falci speciali, fabbricate con un materiale sacro e considerato un simbolo di purezza nella tradizione celtica: l’oro. Dopo aver raccolto queste bacche le ponevano in un piccolo calderone dove in seguiro si sarebbe effettuata la cottura di pozioni curative e magiche destinate, inoltre, alla pratica della divinazione. La gente del popolo pregava i druidi per ottenere pronostici su argomenti come matrimoni, gli effetti del tempo e la fortuna che gli avrebbe riservato il futuro.
Si ha testimonianza di un rito divinatorio che è sopravvissuto fino a qualche tempo fa che consisteva nel pescare e pelare delle mele: per questo si metteva una quantità variabile di questa frutta in un grande recipiente, e successivamente chi volesse provare la fortuna si avvicinava per cercare di prenderne qualcuna. La persona che ci riusciva al primo tentativo sarebbe stata la prima del villaggio a sposarsi. In fine si procedeva nel pelare le mele secondo la ferma credenza che ritene
Durante la notte dei morti, le fate e i Goblin erano liberi di passeggiare per i sentieri e nelle vicinanze dei villaggi.
La loro magia causava un numero elevatissimo di danni causa della particolarità di questo giorno che non apparteneva né all’anno in corso né al seguente è quindi risultava ideale per seminare il caos.
Si sbarravano le porte delle case per evitare che qualcuno entrasse chiedendo l’elemosina , soprattutto Se quel o che chiedevano era cibo, latte o zuppa.
Alcuni coraggiosi rischiavano e aprivano lo stesso, se si trattava di una fata il fortunato riceveva tanta fortuna per tutto l’anno a venire; ma se il visitatore era un goblin le maledizioni si sarebbero abbattute sulla famiglia e ci sarebbero state innumerevoli calamità senza fine.
Durante il giorno i druidi accendevano falò in luoghi specifici e per farlo utilizzavano rami sacri raccolti nella parte più profonda dei boschi.
La loro funzione non era solo quella di allontanare gli spiriti malvagi, ma anche guidare i morti nell’oscurità per facilitargli il cammino verso il villaggio, ma anche per partecipare agli onori da parte dei suoi famigliari. I vicini eranonsoliti travestirsi con pelli e teste di animali per spaventare e confondere gli spettri, secondo la credenza che potessero confondersi per animali e evitarli. Allo stesso modo era tradizione effettuare numerosi sacrifici di bovini. Un atto, d’altra parte, non necessariamente associato a celebrazioni di tipo mistico, dato che come oggi la comunità doveva rifornirsi di carne e pelli per fare fronte a i lunghi mesi invernali. va che più lunga fosse la buccia pelata e più lunga sarebbe stata la vita di chi l’aveva pelata.

Gli anziani provenienti da località come Noia, Catoira, Cedeira, Muxía, Sanxenxo, Quiroga o Ourense ricordano una tradizione che coincideva con il giorno dei morti e di tutti i santi. Questa tradizione consisteva nella realizzazione di feroci teschi intagliati in una zucca: le famose angurie (sì, a volte venivano utilizzate le angurie), o le zucche arancioni di Cedeira; oppure le bambole di barbabietole a Xermade. A Cedeira la tecnica era sempre la stessa e consisteva nello svuotare una zucca e mettere al posto dei denti dei rametti e una candela accesa al suo interno per scacciare gli spiriti maligini durante la notte del 31 ottobre, che segnava il passaggio dall’estate all’inverno.
Questa tradizione prevedeva che i bambini creassero i propri teschi di anguria dall’aspetto spaventoso, collocandoli successivamente sulle scale o sulle finestre delle case per spaventare i vicini e le donne che tornavano a casa dopo il rosario. Si credeva che qualunque spirito maligno che passasse di lì sarebbe stato scacciato grazie a questi teschi.
Ovviamente questa tradizione, che comprendeva l’utilizzo di determinati tipi di ortaggi, è iniziata solo nel XVI secolo quando iniziarono le importazioni provenienti dall’America. Durante la festività del Samaín, i villaggi celtici utilizzavano le teste dei nemici sconfitti in battaglia, le illuminavano e le collocavano lungo le pareti delle fortezze.
Da questo rito selvaggio deriva la tradizione dei “cruceiros”, monumenti religiosi costituiti da una croce di pietra situata al di sopra di un pilastro e situati in luoghi pubblici o solitamente negli incorci delle varie strade e in molti boschi. I “cruceiros” venivano circondati da ammassi di pietre chiamati “milladouros”, che avevano una funzione simile a quella dei teschi.
Ancora oggi esiste tra i viaggiatori e tra le persone che incontrano questi “cruceiros” la tradizione di depositarvi una pietra ed esprimere un desiderio.
Era frequente,inoltre, accendere un falò comune con rami di sorbo e tasso, una volta considerati alberi sacri, e successivamente utilizzare questo fuoco per accendere tutti i caminetti della comunità. Durante il giorno dei morti era assolutamente sconsigliato allontanarsi dal villaggio perchè c’era la possibilità di incontrare gli spiriti maligni che vagavano durante la notte.

I riti dei celti verso il mondo dei morti derivarono in Galizia dalla tradizione della Santa Compaña. Secondo la leggenda. La comitiva dei defunti durante questa notte, in completo silenzio e portando grandi ceri accesi, essendo necessario proteggersi contro la maledizione che supponeva che
alcuni fanno finta di non vederla, mentre altri raccomandano di salire su un “cruceiro” e aspettare che passi più in là. Però senza dubbio, niente è più efficace che evitare di allontanarsi dal villaggio durante queste ore dedicate ai morti. Un consiglio prezioso dato che colui che guida la comitiva di morti è, in realtà, una persona viva che è stata condannata a portare una croce all’inizio della processione spettrale e che rimarrà libero solo nel momento in cui passerà la sua condanna ad un altro.

Spero di avervi trasmesso un po’ dello stupore che ho provato io informandomi su questa festività, inoltre stavo pensando di approfondire il discorso riguardo la Santa Compaña, che ne dite?

Scusate per la mancanza di foto, ma nelle strade ormai non c’è più niente, al contrario di altre parti del mondo, qui queste tradizioni si stanno perdendo del tutto.

 

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Com’è la vita di una Au Pair?

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Moltissimi di voi mi hanno chiesto come fosse la mia vita qui e che facessi durante le mie giornate, quindi oggi vorrei parlarvi della mia vita qui come au pair.  Io fino a qualche anno fa neanche sapevo cosa fosse una au pair. Partiamo dall’inizio: […]